domenica 20 gennaio 2013

Topo Tip non vuole dormire dai nonni

Ecco un libro di addestramento esemplare, che mi stupisce ogni volta che mi capita fra le mani.
Il piccolo Tip deve andare a stare dai nonni per alcuni giorni, perché i genitori partono per un breve viaggio. Naturalmente all'inizio si oppone, piange e protesta, ma poi scopre che a casa dei nonni (ovviamente buoni e gentili) ci si può divertire un sacco e per di più, essendo felicemente sopravvissuto al distacco da mamma e papà, si accorge con fierezza di essere diventato grande.
Come per tutti gli episodi della serie, in quarta di copertina ricorre questa didascalia:

Topo Tip fa i capricci, proprio come i nostri bambini. Ma la sua mamma è bravissima: sa farlo smettere e lui torna ad essere un topino bravo e ubbidiente. Come farà?

Il racconto si snoda, quindi, su scambi comunicativi costruiti con il solo scopo di far emergere gli stereotipi, opposti e complementari, del bambino-che-fa-i-capricci e del bravo-bambino-ubbidiente, per confezionare agilmente l'opportuno caso di addestramento da esibire.
Ad avviare questo processo di polarizzazione, in questo caso, sono proprio i mansueti genitori (qui la "bravissima" mamma è affiancata dal babbo): carezzevoli e imperturbabili, oppongono alle domande e alle reazioni di Tip la calma inespugnabile di un risponditore automatico, esasperandolo al punto da renderlo un perfetto bambino-che-fa-i-capricci da ammansire.
Ecco, nello specifico, cosa succede: la scena si apre con il papà che torna a casa baldanzoso e sventola -il braccio levato in alto- un biglietto colorato. Tip dice «Ciao papà» e lui, cito

«Sorpresa!» dice alla mamma «Partiamo per un bel viaggio! Ho già comperato il biglietto aereo»

quindi Tip lo saluta, ma il papà, preso dall'entusiasmo, non gli risponde neanche, e comunica la bella notizia rivolgendosi solo alla mamma.
Voltiamo pagina e vediamo sulla facciata di sinistra i due genitori, fianco a fianco, sorridenti, che guardano insieme una guida turistica e Tip, nella pagina adiacente, tutto solo, con il berretto in testa e in mano una piccola valigia con le stelline, la sua. E' andato di corsa a prepararla perché crede di dover partire anche lui.

«Che bello! Si parte!» dice «Dove andiamo?» «La mamma ed io andiamo in viaggio da soli, questa volta» gli risponde il papà «tu andrai dai nonni!»

C'è stato un equivoco. Tip ha inteso, legittimamente, che il papà si stesse rivolgendo anche a lui, che l'annuncio festoso del viaggio imminente fosse, in qualche modo, una risposta al suo ciao papà. Ma il padre non prova neanche ad assumersi la responsabilità del malinteso e alla stringata spiegazione che fornisce (la mamma ed io andiamo in viaggio da soli) sovrappone, di seguito, una prescrizione (tu andrai dai nonni).
Il fatto che Tip sia andato a preparare la valigia con prontezza fa pensare che i tre abbiano viaggiato insieme in altre circostanze (del resto il padre dice che questa volta viaggeranno da soli), e che Tip sia abbastanza "grande" anche per provare interesse verso la meta del viaggio, di cui, però, nessuno gli parla.
Non si capisce cosa impedisce ai genitori di renderlo comunque partecipe del loro progetto, magari mostrandogli la guida turistica, parlandogli dei posti che visiteranno, del motivo per cui ne sono attirati e delle cose che si aspettano di vedere. L'esclusione fisica è rimarcata dalla completa esclusione emotiva anche nelle due pagine seguenti: Tip è da solo nella facciata di sinistra, e la mamma è tutta sulla destra, che prepara i bagagli, dandogli le spalle 

«Non voglio andare dai nonni!» piagnucola il topino «Voglio partire insieme a voi e volare anch'io sull'aeroplano!» 

La richiesta di Tip è già sminuita dal fatto che è stata formulata "piagnucolando", non dicendo, esclamando, o ben più seriamente piangendo. Piagnucolare ha una connotazione evidentemente negativa, è un lamento fastidioso, insistente ma privo di contenuti ritenuti validi. La sorridente mamma, di spalle, gli dice, tutta intenta a sistemare i vestiti nella propria valigia, che dai nonni si divertirà, e che 

«Ormai sei grande e starai benissimo qualche giorno senza di noi» 

Tip, dunque, esprime con chiarezza il desiderio di condividere l'esperienza del viaggio e di volare in aereo, ma la mamma chiude la questione facendo previsioni illegittime (vedrai come ti divertirai...ma che ne sa lei?) e circoscrivendo il suo dispiacere al solo fatto che dovrà stare lontano dai genitori, cosa che, già da sola, trattandosi, come sembra, della prima volta, meriterebbe certo un'attenzione maggiore.
In conclusione, il desiderio manifestato non viene neanche recepito, e il disagio sotteso, legato al primo distacco prolungato, viene liquidato con poche parole, pronunciate per giunta durante lo svolgimento di un'altra attività.
Eppure la "bravissima" mamma, elogiata nella didascalia, dovrebbe sfoggiare chissà quali arti pedagogiche, ma evidentemente la qualità-modello proposta in questo episodio si limita alla tanto apprezzata "fermezza", qualità che gode di buona fama presso gli adulti-educatori anche quando è la accidentale conseguenza di un problema di sordità.
E' evidente che qui nessuno ha ascoltato quello che dice Tip, nessuno ha comunicato veramente con lui, magari piegandosi sulle ginocchia e guardandolo negli occhi, nessuno gli ha presentato quella novità con le dovute spiegazioni e la necessaria considerazione.
Lo accompagnano, quindi, a casa dei nonni e nel commiato lui

...si aggrappa disperato alla mamma: non vuole proprio lasciarla andare via. «Papà, mamma, portatemi con voi!» 

ma non c'è risposta; genitori e nonni (adorabili e placidi vecchietti con occhiali e bastone) lo guardano con indulgenti sorrisi, in piedi, composti, con il busto appena inclinato in avanti e lo sguardo rivolto in basso, verso Tip, laggiù, piccolissimo, che si stringe alla gonna rosa della mamma.
Al termine dei tre giorni, dopo che ha vissuto un condensato di tutti i presunti desideri di un bambino (torta con panna e cioccolato, tante coccole certamente, e varie bucoliche esperienze) Tip gongola compiaciuto della sua rapida maturazione, e naturalmente conclude la vicenda chiedendo di ripetere l'esperienza.
Tip, ti preferivo nella prima parte della storia, quando "piagnucolavi" ed esprimevi le tue legittime emozioni; a vederti adesso, troneggiare su una grande cipolla, con il busto eretto e le braccia conserte, che proclami di essere diventato grande, mi sembri davvero un po' bacchettone.
Te la se bevuto proprio. Non puoi essere diventato grande in tre giorni, ma neanche un pochino più grande di prima, non in questo modo. E se anche così fosse, credimi, non sarebbe per niente un bell'affare.


domenica 13 gennaio 2013

I libri, i bambini, e le intenzioni degli adulti



È bello leggere insieme, grandi e piccoli, dico; guardare i disegni e ricomporre lentamente una storia, scoprire le cose e i loro nomi, poggiare il dito su un dettaglio ed entrare nell'immagine, lasciarsi condurre dai colori, dalle facce, dal suono delle voci, dai gesti rappresentati e da quelli immaginati. È bello, è come farsi le fusa, o avventurarsi in uno spazio nuovo con la complicità di due escursionisti affiatati. 

I bambini, oggi, dispongono di una vastissima produzione editoriale dedicata proprio a loro, fatta di bellissimi albi illustrati, di robusti libri carbonati, di versatili libri in stoffa o in plastica, di libricini minuscoli a misura di manina o di libri immensi da stendersi dentro tutti interi.
Nelle biblioteche o nelle librerie, negli ipermercati o nella sala d'attesa del pediatra, possono incontrare il libro giusto per loro e sotto gli occhi forse stupiti, ma di certo compiaciuti, dei genitori, possono farlo entrare nel loro mondo, insieme al pupazzo e al biberon, e vivere il piacere della lettura con la stessa spontaneità del gioco, in un'età in cui l'inizio della suola è ancora molto lontano.

Da questo felice incontro parte il sentiero che conduce a un territorio selvaggio, rigoglioso, multiforme, dalle infinite variabili; una foresta lussureggiante dove il bisogno di sbocciare di chi racconta viene fecondato dalla curiosità tutta-occhi-e-orecchie di chi accoglie quel racconto e ci si immerge, per dare vita a nuovi e imprevedibili fiori, o a rari e anarchici frutti.
Succede, però, alle volte, che in questo luogo selvatico si voglia controllare la fioritura e selezionare il raccolto, che si voglia approfittare dell'inesauribile fertilità che lo caratterizza per piantare un'intenzione e coltivare uno scopo, minacciando, così, l'integrità di un ambiente che andrebbe tutelato con grande rigore e smaliziata vigilanza.

Mi riferisco ai “libri di addestramento”, cioè a quei libri prodotti con il fine preciso di ottenere dal piccolo lettore una determinata "prestazione": andare all'asilo raggiante di felicità, mangiare tutti i cibi con saggio sperimentalismo, amare il fratellino o la sorellina con materna indulgenza, andare a dormire all'ora giusta e nel posto giusto con olimpica serenità, diventare autonomo ma riconoscere che gli adulti -genitori, nonni, insegnanti, baby-sitter, dottori- hanno sempre e comunque ragione.
Al di là dell'esito specifico che possono ottenere, questi libri inquinano il rapporto con la lettura perché ne legittimano la strumentalizzazione.
Si potrebbe obiettare che da tempi immemorabili si riconosce alle fiabe la facoltà di produrre un “cambiamento” nel destinatario, e che questo cambiamento è in un’ultima analisi riconducibile comunque al miglioramento della relazione fra se stessi e il mondo. Ma è evidente che si tratta di due cose molto diverse: non a caso la fiaba è ambientata in uno spazio e in un tempo immaginari, perché si muove su un piano simbolico, e solo con il contributo attivo del destinatario quella trasformazione può riempirsi di contenuti; e i contenuti non sono mai univoci o predeterminati, sono frutti selvatici, appunto, e non si possono controllare.
Anche le più utilitaristiche favole, dove lintento moraleggiante è palese, danno degli strumenti potenzialmente universali, senza circoscriverli in uno specifico ambito di applicazione: in alcuni casi sarà utile essere prudenti, in altri coraggiosi, in alcuni casi fiduciosi, furbi o sinceri, ma non è prescritto il preciso dato biografico in cui bisogna esserlo.
Nei libri di addestramento, invece, il contesto in cui si svolge l’azione mima la quotidianità del piccolo lettore proprio perché possa riconoscersi bene, agganciandolo in una prospettiva plasmata sul reale, di modo che la specifica risposta emotiva proposta possa facilmente iscriversi nella stessa dimensione oggettiva. E, cosa ancora più seria, si presentano come normali e giusti modelli di relazione fra adulti e bambini fortemente sbilanciati sul punto di vista, le aspettative, e le contraddizioni degli adulti stessi, camuffandoli dietro una falsa complicità con luniverso emotivo dei bambini.

Il caso più esemplare è rappresentato dalla serie di Topo Tip: ogni libro è un pretesto per ammaestrare questo topino lagnoso che non vuole andare all’asilo, non vuole andare dai nonni, non vuole dormire da solo e naturalmente dice le bugìe. La conclusione è sempre la stessa: adesione entusiastica a tutto ciò a cui inizialmente si opponeva. I genitori, saggi e sorridenti lo abbracciano felici; loro non riconoscono mai un errore, non hanno niente da imparare, non escono mai cambiati dal confronto con le emozioni di Tip, non sono inclusi in questo processo di trasformazione, aspettano solo, con virtuosa pazienza, che Tip si sintonizzi sul loro punto di vista.
Sulla stessa linea si collocano anche gli episodi de La famiglia Orsetti, famiglia composta da Mamma Orsa, Papà Orso, Orsetta e Orsetto, con una sorellina che arriva strada facendo, di modo che tutte le dinamiche possibili siano rappresentate, rivalità fra fratelli in crescita comprese.
Sullo sfondo, immancabile, la tradizionale famiglia modello, la mamma col grembiule, che cuce o fa le torte, e il papà che va al lavoro o legge il giornale; per onorare la par condicio giusto un episodio dedicato alla mamma in carriera, che resta però isolato, senza sviluppo nei libri seguenti, senza ripercussioni sulle torte e sulla quotidianità dei coniugi felici.
Penso che se proprio vogliamo convocare un libro in questi delicatissimi momenti di passaggio dovremmo essere molto esigenti, per non rischiare di aderire inconsapevolmente a proposte educative (e commerciali) standardizzate.
Fortunatamente ci sono libri che sanno raccontare con autentica empatia i turbamenti connessi alle complicazioni del vivere e che non si propongono come strumento per risolvere un problema ma come spazio per riconoscere le emozioni in gioco, che aprono significati anziché circoscriverli, in un processo in cui anche gli adulti possono sentirsi coinvolti.
E fortunatamente ci sono anche libri che divertono e basta, cosa che può avere sorprendenti effetti collaterali.